Immagina un’estate in Spagna: spiagge assolate, viuzze animate e… una folla di manifestanti che brandisce cartelli contro le conseguenze dell’iper-turismo. Da Barcellona a Palma di Maiorca, l’atmosfera si scalda, ma non solo per il sole. Tra la promessa di un’accoglienza calorosa e il malcontento degli abitanti di fronte alla saturazione, la domanda è: i turisti sono ancora i benvenuti dall’altra parte dei Pirenei? Dietro i sorrisi della cartolina, si instaura un braccio di ferro tra il desiderio di attrarre visitatori e la volontà di preservare la vita quotidiana dei locali.
Le città spagnole, celebrate in tutto il mondo per il loro senso dell’accoglienza e il loro dinamismo, devono affrontare oggi una questione delicata: fino a dove si può aprire le braccia ai visitatori senza scombussolare la vita degli abitanti? Al termine di grandi manifestazioni contro l’«iper-turismo», il dibattito si intensifica. Allora, i turisti sono ancora i benvenuti nella penisola iberica, o i segnali d’allerta lanciati dalla popolazione faranno pendere la bilancia? Tra esplosione del numero di visitatori, trasformazioni urbane e volontà dichiarata di privilegiare un’offerta qualitativa, la Spagna cerca un nuovo equilibrio. Immergiamoci nei retroscena di questa crescente tensione, nel cuore delle più belle città del paese.
Processioni nelle strade: l’esasperazione contro l’iper-turismo
I cartelli alzati risuonano come slogan scioccanti: «Un turista in più, un vicino in meno», «Il turismo sta uccidendo la nostra città»… A Barcellona, Palma di Maiorca, San Sebastián e negli arcipelaghi delle Baleari o delle Canarie, delle processioni hanno riunito migliaia di residenti stanchi delle conseguenze del record di affluenza. Questo fenomeno non è isolato: in Italia, in Portogallo, stessa atmosfera, stessa rabbia. La paura di un “malcontento generale” non è più un segreto, mentre la Spagna ha accolto quasi 26 milioni di visitatori solo all’inizio del 2025. Questo movimento popolare sta guadagnando slancio, mescolando rivendicazioni pacifiche e gesti più decisi, come i celebri pistole ad acqua di Barcellona o altri graffiti evocativi.
Da slogan ad azioni: le città cercano la decrescita turistica
Se il turismo alimenta l’economia spagnola, disordina anche la quotidianità: alloggi convertiti in affitti stagionali, esplosione dei canoni, negozi tradizionali sostituiti da souvenir in serie… A Barcellona, di fronte alla crescente rabbia, il comune ha adottato misure radicali. Già dal 2028, nessuna licenza Airbnb sarà rinnovata. Allo stesso tempo, altre città stanno stringendo le viti: a Ibiza, la circolazione dei veicoli dei turisti è già limitata durante l’alta stagione (vedi ulteriori dettagli). L’immagine del turista beato che barcolla tra la Sagrada Familia e le Ramblas non fa più consenso. Per alcuni, «è quasi meglio se non vengono»: una dichiarazione franca del portavoce dell’assemblea per la decrescita turistica che testimonia il malessere.
Il rovescio della medaglia: crescita economica e questioni sociali
Ma si può voltare le spalle a una delle principali fonti di ricchezza nazionale? Nelle città turistiche come Barcellona e Malaga, la tensione cresce: il settore pesa molto nella bilancia, generando migliaia di posti di lavoro e un consistente gettito fiscale. Un paradosso illustrato dai commenti di Juan Pablo González Cruz, dell’associazione degli albergatori di Tenerife: «Se le infrastrutture sono sature, spetta alle autorità pubbliche reagire, non limitare irrazionalmente l’afflusso». Il turismo rappresenta così il 37% del PIL delle Canarie, dove le spiagge attirano le classi medie di tutta Europa — una clientela che molti professionisti non vogliono perdere. Gli argomenti economici sono tanto più pregnanti poiché la regione è segnata dalla disoccupazione e dalla povertà, come sottolinea anche la tendenza di ripresa turistica osservata altrove in Europa.
Qualità piuttosto che quantità: verso un nuovo modello di turismo?
Di fronte alla saturazione, la Spagna si ispira alle tendenze del turismo sostenibile e dell’esperienza locale premium. Barcellona, ad esempio, ha introdotto una tassa di soggiorno e ha bloccato la costruzione di nuovi hotel all’interno delle mura. L’ambizione? Ridurre l’impatto, ma mantenere un turismo redditizio e più rispettoso. Il motto? Attirare visitatori per congressi, seminari ed eventi culturali di prestigio, quelli che preferiranno un cinque stelle a un ostello affollato. Un compromesso che risponde alle sfide messe in evidenza da il turismo sostenibile, puntando sull’alzamento della qualità.
Gli abitanti tra orgoglio e fastidio
Se alcuni spagnoli si divertono ancora a fare da guide per un giorno o tirano fuori il loro sorriso migliore al tavolino di un caffè, altri ammettono francamente il loro sentimento di spossessione. Dimostrazione a Malaga, dove le associazioni di quartiere deridono il «turismo di qualità à la spagnola»: gli scaffali di alcolici spariscono più rapidamente dei prodotti locali, e i ristoranti «tipici» servono quiche e brunch all’inglese in stile fast food globale. Per molti di loro, l’anima delle città si estingue — mentre il modello di coabitazione pacifica sembra sempre più compromesso. La lotta contro questo malcontento passa attraverso l’imposizione di quote, come per il famoso burrone del Masca a Tenerife, la cui capacità annuale è diminuita dopo l’istituzione di un ingresso a pagamento.
Verso una coabitazione futura: accogliere, sì — invadere, no!
Questo dibattito bollente non è esclusivo della Spagna: destinazioni insulari o costiere ripensano il loro modello per proteggere il loro territorio e l’autenticità che ne è la forza. Anche le piattaforme ripensano le loro offerte, nell’immagine di Veezit nell’oceano Indiano, mentre il flusso turistico evolve ovunque in Europa. In Francia, le stesse domande emergono, soprattutto di fronte alla clientela internazionale (scopri di più qui). Per la Spagna, accogliere i visitatori rimane un orgoglio — ma il vessillo del «Bienvenidos» sventolato fieramente ieri non può più essere un lasciapassare per tutti, tutto il tempo, ovunque: ora si tratta di andare meno velocemente, ma meglio.