Al Tor des Géants 2025, non si insegue un cronometro: ci si imbarca in un’odissea umana dove 350 km e 25.000 m di D+ si trasformano in ricordi e in pelle dura. Tra le notti gelide a oltre 3.000 m, la fatica che consuma e i sorrisi dei volontari, Courmayeur diventa un focolare, la famiglia del Tor. Qui, la montagna ti spoglia dell’inutile, ti rimette in piedi e ti insegna ad avanzare leggero, umile e libero. Più di una competizione, un viaggio interiore che inizia fin dal primo passo.
Da Courmayeur ai colli arroccati a oltre 3000 metri, il Tor des Géants 2025 si rivela essere un attraversamento interiore tanto quanto una sfida sportiva. Attraverso l’avventura di Alberto Tristante, consulente Au Vieux Campeur Paris e appassionato di trail da oltre 13 anni, scopri come 350 km e 25.000 m D+ diventino un viaggio umano, un balletto di dubbi, di minimalismo consapevole, di notti gelide, di incontri luminosi e di pura tenacia. Una storia di famiglia — la famiglia del Tor — in cui si ride dei propri mini-dolori del Bois de Vincennes, si stringono i denti nonostante una tendinite, e si oltrepassa la linea sapendo di essere cresciuti.
Chiamare il Tor des Géants una corsa è quasi riduttivo. Qui, l’impegno si intreccia con l’emozione, la prestazione con l’umiltà. Lo scenario? La Valle d’Aosta, i suoi sentieri a sbalzo, le sue notti pungenti, i suoi risvegli con l’odore di zuppa e di caffè, e quella sensazione di essere accolti come a casa. A Courmayeur, niente strass, niente ego gigantesco: una città intera che sussurra « dai » a ogni corridore. Lontano dal frastuono delle grandi messe alpine di Chamonix, si trova qui la vicinanza, lo sguardo comprensivo, il volontariato che guarisce.
Il Tor è il luogo in cui si è sia minuscoli di fronte alla montagna che immensamente vivi tra gli altri. È un nastro di 350 km che lega sconosciuti, lingue, stagioni, rabbie e risate. E, soprattutto, è il luogo in cui si scopre cosa significa « continuare ».
Un’atmosfera che ti adotta a Courmayeur
Appena recuperato il pettorale, l’adrenalina lascia spazio a una forma di riconoscenza: « fai parte del nostro gruppo ». I rifornimenti assomigliano a salotti familiari, la logistica è millimetrica, l’organizzazione si dimentica tanto è fluida. Si riparte, la frontale in testa, con un sorriso in più e un chilo d’anima in meno. Apparteniamo ormai alla famiglia del Tor.
Tredici anni per una partenza: allenarsi lontano dalle vette
Quando si vive nella regione parigina, preparare 350 km e 25.000 m di dislivello positivo è un’arte… e un pizzico di autoironia. Le « montagne » diventano i 25 m del Bois de Vincennes, ripetuti ancora e ancora, come un criceto ottimista. Nei giorni favorevoli, si corre a Fontainebleau a raccogliere 40 m D+ come premio motivazionale. Giorno dopo giorno, ripetizione dopo ripetizione, il corpo si adatta, la mente si fortifica. Nessuna scusa. Si desidera? Si può.
Nel mezzo delle sessioni, si radica una certezza per Alberto: « Percorrerò le montagne ». Non per l’impresa, ma per quella libertà pura che solo il trail sa offrire.
La filosofia del minimo per andare lontano
Il trail lunga distanza è l’arte di andare veloci con poco: portare il minimo, mangiare giusto quello che serve, mantenere un margine di lucidità per leggere il terreno. Un’estetica della semplicità che si unisce a un modo di vivere: essenziale, funzionale, efficace. Lo zaino è leggero, anche la mente. L’inutile diventa un sovraccarico; l’essenziale, un superpotere.
Dubbi, abbandoni e ritorno della fiamma: l’altro volto dell’ultra
Tredici anni sono tanti. Lungo come una collezione di partenze fallite, di rifornimenti trasformati in trappole e di risvegli amari. Nell’ultra, c’è l’arrivo… e tutto ciò che lo precede. Per Alberto, la falla spesso si chiama problemi digestivi. Si conosce la continuazione: l’energia scende, la mente segue, e si prova a comprarsi del tempo mentre la pendenza è diventata scivolosa. Si ripete « passerà » ma è già troppo tardi.
Quante volte ha dichiarato, esausto: « È troppo l’abbandono, smetto con l’ultra per sempre »? Eppure, il giorno dopo, una piccola voce ricomincia a tracciare un sentiero.
Quando lo stomaco dice di no
Un virus gastrico può rovinare un ultra-trail più di un temporale. Le calorie non passano più, ogni passo costa caro, l’orizzonte si restringe. Si impara allora l’arte di negoziare con se stessi: rallentare, ripararsi, ripartire quando il corpo lo consente. Perdere tempo per non perdere il filo. È qui che nasce la tenacia che farà la differenza al Tor.
350 km, 25.000 m D+, 105 ore: l’odissea di Alberto
Sulla carta, è un numero. Sul campo, è un’intera vita compressa in 105 ore, di cui solo 8 ore di sonno. I colli a oltre 3000 m schiaffeggiano la notte, le discese scricchiolano nei quadricipiti, il respiro si regola, il mondo si riduce al fascio della frontale. Poi arriva quel momento in cui il ginocchio protesta veramente: tendinite rotulea scatenata nelle ultime discese, il passo si trasforma in camminata. I corridori sfilano, una quarantina passano. Il cronometro si allontana; la fierezza, invece, si avvicina.
Perché tenere un’intera giornata con 40 km e 3000 m di dislivello negativo su un ginocchio in fiamme è più che un’impresa: è la prova che si può continuare quando la logica richiede di abbandonare. La linea d’arrivo del Tor des Géants 2025 diventa così un confine. Lo si oltrepassa un po’ acciaccati, ma molto più vasti dentro.
Camminare con un ginocchio in fiamme, proseguire comunque
Ci sono giorni in cui « correre » significa « camminare veloce ». E va benissimo. L’obiettivo si reinventa, il ritmo cambia, ma l’avventura rimane intatta. Si scambia una classifica per una storia che resta. Si perdono posti, si guadagnano mondi.
I veri eroi dell’ombra e i supporti preziosi
Nei rifugi, ai rifornimenti, nel cuore della notte: i volontari tengono acceso il faro. Quando si arriva frastornati, infreddoliti, a volte brontolanti, pongono una zuppa davanti a noi, un sorriso, una battuta, un cerotto. Non chiedono nulla, danno tutto. Sono loro, spesso, a rimettere i pezzi al loro posto.
E poi c’è il sostegno che rende possibile l’impossibile. Senza Au Vieux Campeur, questa avventura sarebbe potuta rimanere al condizionale. Grazie per l’opportunità, il sponsoring, e per quella fiducia che non ha prezzo quando le gambe si inceppano.
Senzo di loro, l’avventura rimarrebbe un sogno
Un pettorale è una foto sulla linea di partenza. Una rete di sostegno è l’intero film. Famiglia, amici, partner, volontari: la vittoria è collettiva, anche quando la medaglia è individuale.
Desiderio di altri orizzonti dopo il Tor?
Quando le cosce avranno perdonato, il richiamo di altrove tornerà. Perché non tossicchiare tra i terreni e i paesaggi ampliando le vostre conoscenze del Beaujolais e di Lione prima di riprendere la salita?
Bisogno di un grande cambiamento tra deserto e tropici? Direzione su un racconto di viaggio dal Gobi al Ghana, dove l’avventura cambia latitudine ma non intensità.
Per gli amanti del freddo blu e dei ramponi che cantano, lasciatevi tentare da un trekking sui ghiacciai della Patagonia, il regno del vento e dei giganti di ghiaccio.
Se la vostra bussola vibra per la vita selvaggia, seguite la migrazione dei gnu in Tanzania: un altro balletto di resistenza, versione savana.
E per le anime di esploratori notturni, perché non immaginare una destinazione “lunatica” in road trip dove la strada diventa pista d’atterraggio per sogni svegli?
« Tredici anni di allenamento, di dubbi e di rinunce per, infine, vivere l’avventura di una vita. Il Tor des Géants 2025 mi ha ricordato che non è una corsa: è un viaggio. » — Alberto Tristante, consulente Au Vieux Campeur Paris