Amanda Sthers, anima solare smarritasi nei boschi boreali della sua immaginazione, confida che la letteratura ha scolpito la sua Finlandia ideale. Piuttosto che andare a verificarla di persona, sceglie di non incontrarla per preservare questo sogno, come si protegge una corrispondenza segreta. Con umorismo, evoca la sua paura del freddo e dei folletti maliziosi: è meglio mantenere la magia intatta piuttosto che affrontare un viaggio troppo roots. Un slancio libero e romanzesco, dove la bussola resta quella dei libri.
Tra confessioni e ammiccamenti, Amanda Sthers racconta come la letteratura abbia plasmato la sua idea di Finlandia, fino a scegliere di non affrontarla per preservare il fascino dell’immaginario. Nel corso di un’estate sulla Baltico, tra paure divertenti dei folletti ghiacciati e un netto rifiuto di campeggiare, si delinea un autoritratto da viaggiatrice di carta, libera come i suoi libri — da Parigi a Los Angeles, dalla scena ai set, con un nuovo romanzo, C., atteso per il 1° ottobre da Grasset. Assume l’arte delicata di “non andarci” per continuare a sognarlo, convocando un Orient-Express fantastico, una sosta a Vierzon letta da Amélie Nothomb, una New Orleans jazz e una Notre-Dame reinventata.
Per lei, la Finlandia non è una meta, è un capitolo. Le sue pagine hanno l’odore dei betulle, di sauna e di cielo trapunto da aurore che frizzano come neon celesti. “Andarci” sarebbe come aprire un romanzo temendo che finisca troppo in fretta. Così avanza da funambola sul filo del fantasma, convinta che alcune geografie si amino meglio a distanza, intrise di inchiostro piuttosto che di pioggia.
All’inizio dell’estate, però, si è diretta verso la costa baltica, il cuore vivace come a un incontro clandestino. Barche, spruzzi, porti danesi all’orizzonte: ha scelto il margine, i bordi, gli avamposti — quel punto preciso dove la realtà offre un assaggio e lascia il resto al sogno. Un’anima decisamente solare in equilibrio al bordo di una foresta polare.
L’immaginario ha le sue leggi non scritte. Da lei, i romanzi nordici e le saghe dei fiordi hanno tessuto un’intimità. Disfare questo tessuto per un faccia a faccia troppo crudo con il freddo le sembrerebbe sacrilegio, come accendere la luce in una sala dove si proiettava un film da sempre.
A volte le viene proposto l’inverso dei suoi slanci. Un circuito kayak-campeggio “all’aria aperta” in Danimarca? Ne ride: l’aria aperta sì, la tenda no. Confessa senza giri di parole che montare un mobile svedese la esaurisce già — quindi una notte a combattere con picchetti e sardine, molto poco per lei. Il folklore dei bivacchi non è il suo folklore.
Quanto al grande divario delle destinazioni, ha questa pirouette deliziosa: “Se volete portarmi all’estremo, mandatemi a Las Vegas — oppure in un paese nordico, con le sue correnti d’aria e i suoi elfi frettolosi.” Sorride esagerando, naturalmente, ma questa iperbole esprime il suo programma: preferisce l’intimo al luccichio, i paesaggi interiori ai casinò e alle tempeste di neve.
Il suo percorso, invece, non ha nulla di esitante. Abbastanza presto, il suo terzo libro — un’opera teatrale diventata un successo internazionale — si è trovato studiato all’Harvard. Da allora, l’opera è prolifica: drammaturga, romanziera, biografa, regista, paroliera… Non rientra in nessuna casella, le disegna. Nel 2016, attraversa l’Atlantico e stabilisce la sua vita a Los Angeles, senza rinunciare alla lingua francese, né all’esagono che l’ha vista scrivere le sue prime scene.
Il 1° ottobre, le si offre un nuovo inizio letterario con C., in uscita per Grasset. Un titolo enigmatico, una promessa: l’arte di aprire finestre nei muri. Il viaggio, sempre, ma con la bussola delle frasi. Rivendica questo modo di “visitare” il mondo come lettrice vorace, esplorandolo con la pazienza di un personaggio che gira una pagina invece di cliccare su “prenota”.
In lei c’è affetto per le mitologie ferroviarie, quei binari dove l’immaginario fischia prima delle locomotive. L’evocazione dell’Orient-Express 2025 basta a scatenare un viaggio mentale: sale in legno, porcellana tremolante, corridoi segreti. Ecco che il continente si apre come un romanzo a puntate.
Il “non andarci” non è un rifiuto del mondo, è un’altra maniera di entrarci. Si lascia guidare da città che danzano già in lei. La New Orleans vibra al ritmo dei paragrafi: ottoni, portici con amache, sudore e gospel. A Parigi, anche quando non si sale sulle torri, l’ombra di Notre-Dame è sufficiente a far sollevare il mento.
I libri tracciano soste minuscole che si ingrandiscono sulla mappa. Chi non ha sognato di scendere a Vierzon perché Amélie Nothomb vi pianta un cartello memorabile? Il potere evocativo ha i suoi titoli di trasporto prioritari. E a volte, un dettaglio — l’eleganza di un “uniforme da mare” intravisto nella stampa, quello di Leonor di Spagna — basta a far nascere mille itinerari marittimi immaginari.
Torniamo al Nord. Nella sua “Finlandia interiore”, i laghi assomigliano a specchi saggi, la nebbia abbassa il suono del mondo, e le case di legno fumano dolcemente. Si immagina di passare da un sauna alla neve come si passa da un capitolo ardente a una pagina bianca. Le renne — che preferisce incrociare su carta — attraversano lentamente la scena, come figuranti raccolti.
Si immagina di costeggiare la Carelia e l’arcipelago di Åland, ma in realtà sono le frasi a imbarcarsi, come traghetti notturni. Si chiama così la voluttà dell’ellissi: spegnere la luce prima della fine e mantenere il calore. L’itinerario si conclude al bordo di un silenzio lattesco. La letteratura, decisamente, vi fa cadere la neve senza raffreddare il cuore.
Scegliere di non “incontrare” la Finlandia, è proteggere il delicato vetro di un sogno. Si può camminare fino al molo, sentire lo iodio, ascoltare i cordami scricchiolare, poi tornare indietro con la certezza di aver viaggiato. A volte, basta un libro posato sul tavolo, una finestra aperta e un treno fantasma — forse l’Orient-Express — perché il mondo intero venga a bussare dolcemente alla porta.