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Il turismo mondiale mostra cifre storiche, mentre gli impatti del cambiamento climatico, l’aumento dei prezzi e la contestazione del surturismo stanno rapidamente ridisegnando il paesaggio dei viaggi. Tra destinazioni vulnerabili, costi in aumento e nuove aspirazioni, i ricercatori parlano di un ingresso progressivo in un’era del « non-turismo » in cui l’atto di viaggiare smetterebbe di essere un pilastro dei nostri stili di vita. Questo articolo descrive i segnali che si accumulano, le tensioni economiche del modello attuale e le piste per un cambio verso una cultura di ospitalità e viaggi di prossimità.
Il paradosso è sorprendente: il turismo mondiale ha superato i suoi livelli pre-pandemia. Nel primo semestre del 2025, quasi 700 milioni di persone hanno viaggiato a livello internazionale, circa il 5% in più rispetto al 2024, e alcuni segmenti come le crociere vivono una vera e propria età dell’oro secondo le prospettive delle Nazioni Unite. La curva sembra ascendente.
Ma dietro a questo slancio, un’altra curva si fa più rigida: quella dei rischi climatici e dei costi associati. Incendi, inondazioni, frane, ritiro della costa, scioglimento della neve nelle stazioni, pressione sulle infrastrutture… Tanti fattori che rendono i luoghi meno accessibili, meno attraenti o più costosi da mantenere. Voci accademiche, come quelle dei ricercatori specializzati in turismo e clima, descrivono una traiettoria in cui il viaggio perderebbe la sua centralità, delineando lo scenario di un « non-turismo ».
L’idea non annuncia la fine delle vacanze, ma la fine di un sistema basato sul consumo intensivo di destinazioni tramite un’industria aerea e infrastrutture dipendenti da energie fossili. In Europa, l’era del turismo di massa nata dopo la Seconda guerra mondiale sta per affrontare, secondo queste analisi, un cambiamento imposto dalla scarcity delle risorse, dalla volatilità dei rischi e dalla sensibilità sociale dei territori.
Segnali deboli che diventano forti
Ovunque, realtà locali si accumulano e si generalizzano. Le stazioni di sci vedono la loro stagione accorciarsi e i loro costi di produzione della neve aumentare, indebolendo il loro modello. Le regioni costiere affrontano l’erosione e l’innalzamento del livello del mare, con spiagge da ricostruire o proteggere a prezzi crescenti. Le isole e le aree esposte a incendi boschivi o inondazioni conoscono chiusure temporanee e una sfiducia da parte dei visitatori.
Questi fenomeni non sono più puntuali. Si installano nel tempo e contaminano la percezione del rischio, la redditività degli operatori, la pianificazione dei viaggi e l’esperienza dei turisti. Con l’aumentare degli eventi estremi, l’assicurabilità dei soggiorni, la gestione dei sinistri e i costi di resilienza diventano variabili decisive nell’equazione turistica.
Il costo nascosto del viaggio
L’inflazione visibile (trasporti, alloggio) si somma a un’inflazione meno visibile. Il prezzo delle assicurazioni cresce con l’esposizione al rischio. Quello delle materie alimentari aumenta a causa di shock climatici e logistici. Le soluzioni a basse emissioni di carbonio (ristrutturazioni, carburanti sostenibili, energie alternative) richiedono investimenti che si riflettono sulle tariffe. Anche la manutenzione delle spiagge o la protezione delle infrastrutture costiere gonfiano i bilanci locali, talvolta tramite tasse turistiche.
Al momento dell’arrivo, il costo del viaggio si impenna, i soggiorni lontani diventano meno accessibili, e una parte crescente della domanda si rifugia verso destinazioni più vicine o durate più lunghe ma meno frequenti. Il prezzo reale del viaggio integra ora costi di precauzione e riparazione.
Un modello economico al limite
Confondere contesto congiunturale e tendenza strutturale sarebbe fuorviante. L’attuale slancio non cancella la traiettoria di fondo: un modello costruito sulla mobilità di massa, poco sensibile ai limiti climatici e materiali, mostra le sue fragilità. I professionisti stessi prevedono vincoli più forti sulle linee aeree, tasse sul carbonio più elevate e una variabilità aumentata della domanda secondo le stagioni e i rischi.
Dal punto di vista sociale, la legittimità del turismo è oggetto di discussione. Manifestazioni da parte degli abitanti, come quelle viste a Maiorca nell’estate del 2025, illustrano un risentimento nei confronti degli effetti del surturismo su alloggi, servizi e ambiente. I territori stanno testando quote, politiche di capacità di accoglienza e modelli di co-governance associando residenti, attori pubblici e privati.
Crociere e contraddizioni
Il fatto che le crociere prosperino non invalida la tesi di un cambiamento. Questo segmento concentra i dilemmi del momento: redditività alta, appetito per la domanda, ma crescenti pressioni sull’impronta ambientale, l’accoglienza nei porti, le emissioni e la gestione dei flussi. Man mano che le regolamentazioni si inaspriscono e le città impongono limiti, l’equilibrio tra volume e accettabilità diventa più delicato.
Verso un’era dell’ospite e dell’otium
Piuttosto che una scomparsa delle vacanze, si delinea una ridefinizione del loro significato. L’ospite rimanda all’ospitalità reciproca: costruire soggiorni dove i benefici locali, il rispetto delle comunità e la qualità della relazione tra accoglienti e visitatori prevalgano sulla corsa ai volumi. L’otium evoca un tempo libero riabilitato, in cui si assapora il tempo libero senza consumare eccessivamente lo spazio né moltiplicare gli spostamenti.
In questa prospettiva, il valore non è più la quantità di luoghi spuntati su una mappa, ma la densità dell’esperienza, la cura dedicata agli incontri e la sobrietà dei mezzi mobilitati. Le destinazioni puntano maggiormente sulla lentezza, sulla qualità e sulla resilienza piuttosto che sull’estensione infinita della frequentazione.
Prossimità e nuove pratiche
Il movimento verso viaggi di prossimità guadagna terreno: soggiorni più lunghi ma meno frequenti, esplorazione delle regioni vicine, scelta di modi dolci (treno, bici, cammino), frequentazione fuori stagione, scoperta di aree meno saturate. Questo sconvolgimento, progressivo, risponde sia alla pressione climatica, sia ai costi che all’aspirazione a un’esperienza più significativa.
Cosa possono fare le destinazioni e gli attori?
I territori lavorano sulla differenziazione stagionale e geografica dell’offerta, sulla gestione dei flussi (prenotazioni, limiti, tariffe) e sulla protezione degli ecossistemi. Gli operatori investono nella decarbonizzazione (efficienza energetica, carburanti alternativi, ristrutturazioni), e rafforzano la loro gestione dei rischi e delle assicurazioni. La misurazione dell’impronta e la capacità di carico diventano strumenti di gestione al pari del marketing.
Su scala dei viaggiatori, i compromessi cambiano: accettare soggiorni meno lontani ma più intensi, privilegiare relazioni di ospitalità piuttosto che il consumo di attrazioni, anticipare prezzi più alti e cercare esperienze allineate con i limiti planetari. Il « non-turismo » non è l’assenza di viaggio, ma la transizione verso una pratica più sobria, più locale e più responsabile degli spostamenti e del tempo condiviso.