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Tra la promessa di un’erranza romanzesca e la delicatezza contemplativa, « Un Viaggio Grande e Audace » (A Big Bold Beautiful Journey) orchestrade l’incontro tra Margot Robbie e Colin Farrell sotto l’occhio ultra-complesso di Kogonada. Il film, dramma americano del 2025 (1h49), incrocia un’idea ad alta densità concettuale — una « avventura » avviata da una strana agenzia di noleggio a visione matrimoniale — con un’esplorazione dei ricordi di due sconosciuti, Sarah e David. Nonostante la musica ovattata di Joe Hisaishi e alcuni quadri eleganti, la chimica attesa risulta discreta, e la messa in scena, raffinata ma contenuta, sembra frenare la flamboyance annunciata dal titolo.
La premessa si apre su una coincidenza: Sarah e David, due single, si incrociano durante un matrimonio e, attraverso una sorta di gioco orchestrato, partono insieme per un’esperienza pensata per celebrare l’ardore amoroso. L’originalità risiede nella mediazione di una società che, tramite un’auto « guidata » e un protocollo ludico, lancia il duo nel cuore di frammenti delle loro vite passate. Questo dispositivo, fertile, promette una traversata emotiva sia divertente che sensibile, dove la strada diventa un teatro della memoria.
Di fatto, l’itinerario si rivela più tracciato del previsto. La narrazione sceglie la linea retta là dove ci si aspettava strade secondarie, soste inaspettate, incidenti poetici. Questa rettitudine, assunta con rigore da Kogonada, produce una eleganza plastica indiscutibile, ma restringe anche lo spazio di manovra di Margot Robbie e Colin Farrell, le cui traiettorie rimangono parallele più che realmente convergenti.
Il cuore del film batte nei flashback, quelle vignette in cui Sarah e David rivivono il bagliore di un’infanzia, il morso di un primo fallimento, l’ombra di un lutto. Kogonada li inquadra con una delicatezza quasi museale: linee pure, contro-luci ovattate, silenzi abitati. Tuttavia, questa bellezza costante, così tipica dell’autore di Columbus e After Yang, si scontra qui con il bisogno di slancio romanzesco. L’intimo rimane a distanza, come osservato attraverso un vetro.
La musica di Joe Hisaishi aggiunge una respirazione tenera, tappeti chiari che accarezzano i ricordi senza sottolinearli. Conferisce alle sequenze una brezza di malinconia, talvolta commovente, talvolta troppo levigata. Quando la scrittura allunga i passaggi contemplativi, la partitura cerca l’onda sensibile, ma finisce per sottolineare un ritmo languido.
Nel duo, Margot Robbie interpreta una Sarah vivace, volentieri ironica, il cui sorriso nasconde sottili linee di frattura. Colin Farrell, nei panni di David, coltiva una dolcezza prudente, velata di interiorità. I due attori delineano esseri porosi al mondo, ma la loro chimica sembra accesa a metà, rifratta dal concetto stesso del film che li pone affianco senza sufficiente attrito. Aspettiamo il clic, la fessura da cui le emozioni si rispondono: affiorano, ma raramente traboccano.
La messa in scena valorizza gli sguardi, i micro-gesti, la riserva. Questa scelta, coerente con il cinema di Kogonada, si paga qui con una modulazione drammatica timida: la relazione avanza per sfioramenti, senza un vero punto di non ritorno, mentre l’idea del « grande viaggio » richiederebbe, forse, una perdita di controllo più franca.
Il film flirtà in alcune parti con una pubblicità troppo evidente, un product placement che stona in un universo altrimenti purificato. Questa dissonanza ricorda che tutte le collaborazioni non si allineano con la narrazione. A titolo di esempio, alcune iniziative associative o ecologiche, come la collaborazione tra Klean Kanteen e Protect Our Winters France, mostrano come un’alleanza possa portare un senso e un immaginario collettivo: da leggere qui Esprimi la tua opinione – Klean Kanteen x Protect Our Winters France.
Nella stessa linea, cooperative progettate a lungo termine, come alcuni progetti ibridi orientati al know-how e alla cultura, trovano una tonalità più organica con il loro progetto narrativo, come può essere visto in alcune collaborazioni creative che privilegiano il senso piuttosto che il semplice impatto visivo.
Il motivo del viaggio pervade la messa in scena: strade tirate a misura, cieli all’ora blu, stazioni di servizio come soste di memoria. Man mano che l’itinerario si snoda, il film afferma uno spostamento meno geografico che sensibile. Da questo punto di vista, la narrazione si avvicina a un tentativo di « turismo interiore » — percorrere ciò che si pensava di conoscere di sé, ma con uno sguardo nuovo.
Per contro, l’immaginario dello spostamento reale ricorda altre traiettorie più concrete: che si tratti della dinamica dei territori d’oltremare messa in evidenza in occasione di incontri professionali come Top Resa – Turismo d’oltremare, o di quelle circolazioni di racconti e di pubblici celebrate durante la Giornata mondiale del turismo. Il film cattura qualcosa di questa tensione tra il viaggio sognato e l’esperienza concreta, senza sempre riuscire a infiammarla.
Là dove ci si aspettava l’imprevisto, la narrazione adotta spesso la logica dell’album dei ricordi. Gli episodi si susseguono secondo una dolcezza monocromatica, poi si prolungano a rischio dell’allungamento. I ritrovi con l’infanzia, la pudicizia di un primo attaccamento, la ferita di una rinuncia: sono tanti i temi che il film abbozza con tatto, ma che guadagnerebbero ad esporsi alla contraddizione, alla sorpresa, alla vivacità di un « controcampo » emotivo.
Resta la precisione dell’inquadratura, la scienza dei dettagli, l’arte di lasciare un volto adagiarsi nella luce — tanti strumenti che Kogonada maneggia con una fedeltà straordinaria. Si percepisce la volontà di preservare la fragilità dei due personaggi, senza forzarli. Questo rispetto per la delicatezza, ammirevole, finisce però per filtrare le scintille che ci si aspettava dall’incontro Robbie–Farrell.
Il film si svolge negli Stati Uniti, dura 1h49, e si presenta come un dramma contemporaneo, portato da un cast in cui si incrociano, oltre a Margot Robbie (Sarah) e Colin Farrell (David), una venditrice interpretata da Phoebe Waller-Bridge e il padre di David interpretato da Hamish Linklater. Ogni apparizione secondaria arricchisce la narrazione di piccole asperità, spesso ironizzate, che vivacizzano la linea generale senza deviare da essa.
In sottofondo, l’idea di « collaborazione » attraversa il film, che sia amorosa, artistica o industriale. I ponti tra regioni, pubblici e know-how sono altrettante immagini che il cinema ama convocare, come i progetti transfrontalieri come la collaborazione Béarn–Aragona, dove si vede come il dialogo e il movimento plasmino una cartografia comune.
« Grande e audace »: il titolo promette l’innesco di un’odissea. Eppure, la messa in scena opta per la riserva, il discreto, la variazione in chiaro-scuro. Il paradosso è stimolante sulla carta, meno convincente sullo schermo quando la drammaturgia si fa troppo regolare. Si ricorda la bellezza dei piani, la carezza musicale di Joe Hisaishi, la pudica correttezza di Margot Robbie e Colin Farrell — tante qualità che, tuttavia, sembrano evolvere sotto un coperchio, lasciando all’« audacia » un ruolo ornamentale.
Questo « viaggio » somiglia quindi a una traversata a velocità controllata, dove alcune fulgurazioni lasciano intravedere il film che avrebbe potuto essere se l’itinerario avesse deviato. Come quelle traiettorie di destinazioni che si inventano al contatto tra passeggeri e territori, evocate nei forum di viaggio o nelle giornate dedicate alle mobilità, l’opera si avvicina alla soglia dell’ignoto senza sempre abbandonarsi ad essa — una nota che risuona con le ambizioni e i limiti di un titolo così promettente quanto il suo progresso rimane misurato.