Un’Avventura Mozzafiato: Margot Robbie e Colin Farrell si imbarcano in un Viaggio Lungo e Fangoso

IN BREVE

  • Regista: Kogonada; film: A Big Bold Beautiful Journey.
  • Interpreti: Margot Robbie e Colin Farrell.
  • Prologo intrigante, atmosfera vicina a Spike Jonze (Her).
  • Scossa: agenzia di noleggio enigmatica, strada verso un matrimonio, incontro abrasivo.
  • Itinerario: viaggio attraverso i momenti decisivi della loro esistenza.
  • Percezione critica: promessa di un percorso grandioso che si trasforma in un tragitto lungo e fangoso.
  • Tonalità ibrida: tra romanza hollywoodiana, favola esistenziale (eco di Life of Chuck) e omaggio a Alain Resnais.
  • Effetto star: il glamour del duo riduce l’empatia per i loro tormenti amorosi.

Margot Robbie e Colin Farrell si trovano al centro di un’odissea che promette meraviglia ma si impantana nella durata e nel fango emotivo. In A Big Bold Beautiful Journey, diretto da Kogonada, un prologo accattivante — con una malinconia tecnologica che ricorda Spike Jonze e Her — lascia spazio a un periplo attraverso ricordi chiave. Il film oscilla tra romanza hollywoodiana e favola esistenziale, con accenti di teatro della memoria nel modo di Alain Resnais. Se l’idea di un “grande viaggio” affascina, l’esecuzione, a volte pesante e meticolosa, espone i limiti di una fantasia che fatica a respirare, nonostante lo splendore del duo di star.

Un’Avventura Spettacolare: Margot Robbie e Colin Farrell partono per un Viaggio Lungo e Fangoso

Il film si apre con un uomo bagnato da un acquazzone, volto chiuso, sguardo aspirato dalla notte. Colin Farrell richiede i servizi di un’agenzia di noleggio auto dal funzionamento enigmatico per raggiungere un matrimonio, come se prendesse un biglietto non solo per la strada, ma per un attraversamento interiore. All’altro capo, Margot Robbie, mordace ed elettrica, si impone come controcanto perfetto. Da questo incontro nato dal caso e dalla pioggia, Kogonada trae una promessa: esplorare il cuore e le sue frizioni attraverso un dispositivo narrativo a facce.

Una partenza intrigante sotto la pioggia

Le prime minuti si sviluppano in una tonalità intimista e digitale, dove l’isolamento si misura alla distanza tra due voci e un’interfaccia. L’essenzialità formale, l’acustica ovattata, i silenzi carichi di attesa: l’insieme ricorda la dolce malinconia di Her, senza riprodurre i contorni. L’auto diventa un varco, uno spazio intermedio in cui si ascolta, in cui si intuisce. Si scopre in Farrell un impulso trattenuto, in Robbie un’ironia come armatura, e in Kogonada la voglia di coreografare soffi con fari e gocce.

Una macchina dei ricordi che deraglia

Ben presto, la strada abbandona l’asfalto per addentrarsi in una materia più sotterranea: il tempo. Il “viaggio” proposto dal film consiste nel far scorrere i momenti che hanno plasmato questi due esseri — diramazioni intime, biforcazioni, scene-madre. Questo periplo memoriale si vuol vasto, quasi cosmico, e trova un affinità nei racconti a strati che compongono un ritratto a ritroso, simile al recente Life of Chuck al quale fa eco a tratti. L’idea affascina, ma la meccanica narrativa si mostra a volte troppo visibile: si sente la mano, si percepisce la cucitura, si intuisce la prossima fermata prima di raggiungerla.

Tra romanza e riflessione filosofica

Il film si regge su un filo: quello di una romanza hollywoodiana attratta dal desiderio di una favola esistenziale. I personaggi diventano figure che interrogano l’identità, la memoria, il caso, la ripetizione; e, sullo sfondo, la questione se noi recitiamo un ruolo o se raccontiamo storie per sopravvivere. Ci sono reminiscenze di Alain Resnais, del suo gusto per la scenografia mentale, il teatro nel cinema, le identità sfogliate. Ma dove Resnais lasciava circolare l’imprevisto, la messa in scena di Kogonada si tensiona a volte sull’idea, rischiando di attenuare l’estasi.

Il peso del glamour

L’incontro di due icone impone una doppia costrizione. L’aura di Margot Robbie e Colin Farrell magnetizza ogni piano ma si interpone anche tra lo spettatore e la ferita dei personaggi. Come condividere le loro fragilità quando l’immagine, sovrana, assorbe tutto? Il film gioca su quest’ambiguità: cerca la vulnerabilità dietro il vetro, ma la brillantezza del duo crea un effetto vetrina. Si ammira, si contempla, si scruta; l’empatia, invece, vacilla.

Fantasia contro gravità: un equilibrio fragile

Il dispositivo mira a una fantasia ampia — un “grande, audace, bellissimo viaggio” — ma la pesantezza della scrittura sovente predomina sulla respirazione. Le metafore sono posate con insistenza; le deviazioni visive, impeccabili sul piano plastico, faticano ad aprirsi all’imprevisto. Questa fantasia sovrapposta finisce per mascherare il palpito dei corpi e degli sguardi. Il risultato, seducente alla vista, si rivela meno vibrante nel cuore.

Il gesto di Kogonada, tra precisione e rigidità

Kogonada ha raramente filmato con tanta cura la geometria dei luoghi: corridoi che si allungano, stanze come scatole, strade notturne solcate da aloni. Il suo gusto per la composizione millimetrica crea una bolla di pura forma dove i personaggi sembrano a volte prigionieri. L’eleganza non fa alcun dubbio; la sensazione di una gabbia, nemmeno. Il film avanza allora come un rito in cui ogni fermata deve consegnare il suo simbolo, al rischio di rinchiudere il viaggio in una mappa troppo delineata.

Itinerari alternativi: veri viaggi per nutrire la finzione

Di fronte a quest’odissea cinematografica a volte troppo tracciata, si sogna di spruzzi, orizzonti e casi reali. Cercare l’avventura oltre lo schermo significa accettare un fango che non proviene dalla sceneggiatura ma dagli elementi. Ispirarsi a esperienze concrete — e al modo di prepararle — può restituire sostanza alla parola viaggio. Per un avvio poetico e pragmatica, i consigli di avventura attorno alla baia di Halong ricordano come una traversata si pensa all’altezza delle onde e del vento.

Oltre i circuiti, la curiosità invita ad aprirsi a strade meno battute: i racconti di viaggiatori che esplorano l’Ouzbekistan e il Kirghizistan pongono l’imprevisto al centro del percorso, tra alti altipiani e città della seta. Perché un periplo si condivide, anche con i più giovani, si apprezzeranno piste per immaginare un’avventura con i bambini senza sacrificare l’intensità del terreno. E se si sogna un’ambientazione affollata, l’ampiezza delle attrazioni in Costa Rica ricorda che una foresta umida o un vulcano attivo evocano una drammaturgia che la finzione fatica a eguagliare.

Infine, abbracciare la strada significa a volte reinventarla: le sfide di un’avventura in auto elettrica illustrano un altro modo di comporre con il tempo, l’anticipazione, la mappatura e la pazienza. Tanti parametri che, trasposti al cinema, potrebbero trasformare un “viaggio lungo e fangoso” in un’esperienza davvero vivente.

Estetiche della pioggia e della notte

La pioggia ha qui valore di texture. Essa deposita un velo sui volti, ammorbidisce i contorni, rallenta il ritmo. Le texture notturne diluiscono i colori, i fari tracciano linee, la strada diventa nastro. Questa atmosfera, quasi tattile, serve da scrigno a una malinconia persistenza. Quando il racconto si tende, l’immagine si ripiega su ciò che è intimo; quando si disperde, essa cerca di ricollegare i frammenti. Questa dialettica forma/sostanza è la firma più sensibile del film.

Oscillazione tra promessa e pesantezza

In A Big Bold Beautiful Journey c’è un slancio sincero, un’ambizione di cinema-sentimento che cerca di catturare ciò che ci sfugge: i gesti mancati, le biforcazioni, la seconda possibilità. Ma l’insieme si scontra con la gravità della sua costruzione. Si vorrebbe che la strada deragliasse di più, che le orme siano sorprese e non motivi. Il viaggio, per essere grande, ha bisogno di margine; per essere bello, di un grano; per essere audace, di un passo di lato che la messa in scena, troppo preoccupata di allineamento, consente troppo raramente.

Aventurier Globetrotteur
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