I escursionisti del famoso Appalachian Trail prendono in giro un film cult con Robert Redford

Due nonnini sullo schermo, polpacci che gridano grazia e escursionisti che ridono sotto i baffi: ecco lo spirito di questa storia. Ispirato al libro di Bill Bryson, il film con Robert Redford e Nick Nolte voleva celebrare l’Appalachian Trail, quel mitico sentiero di oltre 3.500 km. Problema: tra errori sulla fauna, geografia fantasiosa e barbe troppo ben rasate per mesi di cammino, la comunità dei camminatori di lunga distanza si è divertita a smontare la leggenda… con umorismo, ma precisione.

Alla base, c’è un libro cult, A Walk in the Woods, in cui Bryson racconta il suo tentativo di thru-hike – la traversata del sentiero in un solo viaggio – e tutta la storia culturale dell’Appalachian Trail. La punchline di partenza: «A piedi, la distanza non ha più nulla a che fare», un’idea forte che il film riprende… all’inizio. Sullo schermo, Robert Redford assume il ruolo di Bryson e sperava di riproporre la complicità dei suoi grandi anni. Il destino ha deciso diversamente, e alla fine è Nick Nolte a interpretare l’irresistibile Stephen Katz.

Anche se l’adattamento offre panorami spettacolari — pensando al sovrappasso di McAfee Knob nelle Blue Ridge —, perde rapidamente il suo mordente. La commedia di scontro tra generazioni a volte si trasforma in una passeggiata fiacca. Risultato: tra i veri camminatori, si è sorriso… poi si è tirata fuori la mappa, la bussola e gli appunti di campo.

Perché così tante schernite bonarie? Perché gli iniziati riconoscono a colpo d’occhio ciò che il cinema immagina male. Gli escursionisti dell’AT non hanno rinunciato al piacere di sottolineare le libertà prese dalla sceneggiatura e dal montaggio, al punto da farne un piccolo sport nazionale nei forum di cammino: individuare l’incoerenza, ridere e ricordare la vita reale dei sentieri.

Quando la finzione inciampa: orsi, rasoi e mappe mal lette

Primo passo falso memorabile: la scena notturna di un bivacco «attaccato da grizzly». Tuttavia, non ci sono semplicemente grizzly sull’Appalachian Trail. L’unica specie di orso che si incontra realmente sono gli orsi neri, generalmente discretì e poco aggressivi quando si ripone correttamente il cibo. Per gli escursionisti, questo cenno hollywoodiano sa di dolciastro narrativo.

Secondo dettaglio che fa storcere il naso: eroi sempre puliti, tonici e impeccabilmente rasati, mentre dovrebbero affrontare settimane di dislivelli, pioggia, polvere e «PUDs» — quelle «salite-discese per niente» che affaticano tanto le cosce quanto il morale. Chiunque abbia passato dieci giorni consecutivi sotto una tenda sorride di fronte a questo miracolo di bagno invisibile.

Infine, i mappatori amatoriali si sono divertiti: il film colloca McAfee Knob dopo il Shenandoah National Park per camminatori che si definiscono «NoBo» (da sud a nord). In realtà, questo promontorio arriva prima di Shenandoah su quel percorso. Nulla di drammatico per uno spettatore occasionale; irresistibile per i fan della topografia.

Hanover fantasma e altri piccoli accordi

Gli esperti di Hanover, la graziosa città del New Hampshire dove viveva Bryson, hanno alzato anche loro un sopracciglio: alcune scene che dovrebbero svolgersi lì in realtà non sono mai state girate. È comune nel cinema, ma su un percorso così mitico, ogni dettaglio si nota. L’AT è un po’ la mappa del Tendre dei camminatori: ci si orienta al piede vicino, al rifugio vicino, al segnale bianco vicino.

L’effetto Bryson: quando l’irriverenza ispira… e indispone

Il libro di Bill Bryson ha popolarizzato il trekking a lunga distanza presso un vasto pubblico, grazie a una penna vivace e ad aneddoti volutamente burleschi — come il sacco troppo pesante, un gaff pertinente che tutti i principianti conoscono. Ma l’autore ha anche ricevuto critiche: si è fermato molto prima della fine lasciando intendere l’idea di una traversata completa. Per una comunità che prepara meticolosamente ogni grammo del sacco e ogni finestra meteorologica, la leggerezza, anche se divertente, fatica a passare.

Sullo schermo, questa irriverenza si trasforma in un film per tutte le generazioni. Nulla di riprovevole; semplicemente, i camminatori esperti vorrebbero che la realtà impegnativa di un thru-hike — solitudine, clima capriccioso, gestione delle ferite, igiene sommaria — fosse mostrata con lo stesso brio delle battute.

Lezioni di sentiero per spettatori curiosi

Ciò che ricordano i camminatori, in fondo, è che l’Appalachian Trail non ha bisogno di abbellimenti. I chilometri (circa 2.190 miglia), le stagioni che cambiano, gli incontri al rifugio, le sezioni impegnative, tutto ciò è sufficiente a creare scene vere e personaggi solidi. Un film può ispirare una passeggiata in montagna; per preparare una vera traversata, è meglio anche consultare racconti di campo, guide aggiornate e i resoconti di coloro che hanno realmente messo un piede innanzi all’altro, giorno dopo giorno.

E se le grandi foreste vi chiamano, nulla impedisce di esplorare altri orizzonti boscosi. Curiosità simpatica: l’ex parco forestale dell’Indiana, testimone di un altro rapporto con la natura, può alimentare la voglia di sentieri, storia e chiome arboree a perdita d’occhio.

La battuta dei camminatori non è un tribunale: è un modo per ricordare, con benevolenza, che la montagna ha la sua propria drammaturgia. Sull’AT, ogni cartello, ogni segnale bianco, ogni vetta come McAfee Knob racconta meglio di un dialogo cosa significa andare avanti. Il cinema fa sognare; il sentiero, invece, fa crescere alla fatica del fronte sudato. Ed è proprio lì che nasce la comicità più saporosa: quella della verità.

Aventurier Globetrotteur
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